13/5/2018 – Intermediari filantropici e fondazioni di comunità

Lo sviluppo di un’infrastruttura sociale che promuova il dono implica la diffusione di una pluralità di organizzazioni in grado di rispondere ai diversi bisogni dei donatori. Accanto a intermediari filantropici che svolgono essenzialmente la funzione di agenti fiscali come i commercial gift funds negli Stati Uniti e la Fondazione Italia per il Dono nel nostro Paese, è importante poter contare sulla presenza di organizzazioni che, grazie alla loro prossimità fisica coi donatori, possono sviluppare con questi ultimi delle relazioni più intense, come le fondazioni di comunità.

Una prima superficiale analisi potrebbe spingere a credere che queste due realtà siano in competizione: in fondo si tratta in entrambi casi di intermediari filantropici che hanno come missione quella di promuovere il dono mettendosi al servizio dei donatori. Una più approfondita riflessione mostra però come in realtà si tratti di due strutture complementari la cui collaborazione può rivelarsi di grande utilità nello sviluppo del privato sociale. Negli Stati Uniti, dopo un primo periodo in cui si assistette ad una sorta di guerra commerciale fra le community foundations e i commercial gift funds, ci si è resi conto che queste due istituzioni erogavano servizi qualitativamente diversi, assolutamente compatibili gli uni con gli altri. Se i commercial gift funds hanno sviluppato e resa particolarmente efficiente ed economica la parte meccanica della filantropia, permettendo ai donatori di avere a disposizione i servizi di una propria fondazione a costi estremamente bassi, le community foundations potevano concentrarsi su come aiutare i donatori ad elaborare una strategia in grado di avere un reale impatto nella vita della loro comunità.

In Italia la complementarietà fra un’organizzazione che opera su tutto il territorio nazionale come la Fondazione Italia per il Dono e le fondazioni di comunità è ancora più evidente. Quest’ultime infatti hanno bisogno di un partner che possa assistere donatori che hanno bisogni che non sono limitabili nei confini geografici in cui opera la fondazione. Inoltre, soprattutto in un periodo storico in cui ampi territori non sono serviti da fondazioni di comunità, la presenza di un soggetto in grado di offrire un servizio base di intermediazione filantropica in tutto il Paese, diventa indispensabile per dar vita a convenzioni con organizzazioni, siano essi istituti finanziari o ordini professionali, che, per loro natura, operano su tutto il territorio nazionale. Da parte sua Fondazione Italia per il Dono ha la necessità di poter contare su partner locali in grado di assisterla nell’individuare e monitorare le singole iniziative che, sulla base delle indicazioni dei propri donatori, finanzierà nei singoli territori. Inoltre le fondazioni di comunità possono rivelarsi degli ambienti ideali in cui sperimentare innovazioni che poi potranno essere diffuse a livello nazionale da Fondazione Italia per il Dono. Si pensi solo, per fare un unico esempio, ai fondi per singoli soggetti disabili, soluzione inventata e sperimentata per la prima volta dalla Fondazione provinciale della comunità comasca che poi, proprio grazie all’intervento di Fondazione Italia per il Dono, è stata inserita nella legge sul Dopo di Noi, creando delle opportunità estremamente positive per l’intero settore.

Costituire una fondazione di comunità non è però cosa facile. Non bastano le risorse economiche, occorrono competenze non facilmente reperibili. L’esperienza di Fondazione con il Sud che è riuscita a spendere solo una parte delle risorse a suo tempo stanziate per stimolare la nascita di fondazioni di comunità e la sostanziale inattività della Fondazione SolidAL, l’intermediario filantropico costituito dalla Fondazione Cassa di Risparmio d’Alessandria, mostrano chiaramente come non sia solo un problema di soldi. L’intermediazione filantropica necessita competenze e conoscenze estremamente rare nel nostro Paese. Per poter operare correttamente un intermediario deve dotarsi di strumenti tecnici sofisticati in grado, per esempio, di gestire una contabilità che possa offrire una tracciabilità totale di ogni transazione, perché capace di tenere contemporaneamente traccia della natura e della destinazione di tutti i movimenti.

Se dotarsi dell’infrastruttura legale, contabile e amministrativa necessaria per gestire una fondazione di comunità può rivelarsi molto complesso, ancora più difficile è sviluppare le competenze necessarie per sviluppare una strategia che sappia valorizzarne al meglio le potenzialità. Le fondazioni di comunità sono infatti strumenti estremamente potenti, ma altrettanto sofisticati. Essi possono permettere di perseguire una pluralità di obiettivi e di soddisfare un’articolata gamma di bisogni di cui, a volte, i promotori non sono neppure consapevoli. La stessa individuazione dei vari pubblici di riferimento coi quali confrontarsi può rivelarsi difficile per chi non abbia una conoscenza approfondita dei meccanismi e delle potenzialità che contraddistinguono una fondazione di comunità.

Purtroppo nel nostro Paese sono rarissime le persone che hanno sviluppato queste competenze e, benché l’unica monografia esistente al mondo su questi enti sia stata scritta in italiano (Bernardino Casadei, Le Fondazioni di Comunità Strumenti e strategia per un nuovo Welfare, 2015, Carocci, Roma), non si può certo dire che i principi che sono alla base della filantropia di comunità siano diventati di dominio comune. I più confondono le fondazioni di comunità con la fondazione per lo sviluppo della comunità o pensano di applicare alle fondazioni di comunità le tecniche di fundraising che vengono utilizzate dagli altri enti non profit, non rendendosi conto che un simile approccio è destinato al fallimento.

Oggi però, grazie alla collaborazione con la Fondazione Italia per il Donochiunque voglia sperimentare nel proprio territorio i benefici di una fondazione di comunità può dotarsi con grande rapidità e praticamente a costo zero di tutte l’infrastruttura contabile, amministrativa e legale necessaria per offrire servizi di intermediazione filantropica. Ciò è possibile in quanto la Fondazione, caso unico a livello mondiale, si è strutturata per poter svolgere il ruolo di incubatore di nuove fondazioni di comunità. In pratica i promotori chiedono alla Fondazione di costituire un particolare tipologia di fondi che potrà avere al suo interno altri fondi con finalità specifiche, così come avviene nelle fondazioni di comunità. Al fine di rafforzare l’identità del fondo, è anche possibile costituire un sito specifico che permetterà di visualizzare solo i fondi e i progetti collegati a quel determinato territorio. Quando poi il fondo avrà raggiunto una consistenza sufficiente per operare autonomamente, il patrimonio raccolta verrà utilizzato per creare una nuova fondazione di comunità che, a quel punto, sarà totalmente autonoma dalla Fondazione Italia per il Dono.

Infine, grazie alle competenze e alle relazioni di cui dispone, Fondazione Italia per il Dono può anche essere coinvolta come partner o come capo fila in un progetto che abbia come obiettivo quello di aiutare i promotori ad elaborare una strategia volta a promuovere la filantropia di comunità nel proprio territorio e a sviluppare le competenze necessarie per implementarla. Attraverso la combinazione di questi due elementi sarà quindi possibile per ogni territorio poter godere dei benefici di una propria fondazione di comunità e creare quindi le condizioni per dare concretezza a quei principi di solidarietà e sussidiarietà che tutti invocano, ma che, per poter operare, hanno bisogno di istituzioni che possano dotare tutti coloro che vivono ed operano in un determinato territorio degli strumenti necessari per contribuire alla definizione e realizzazione del bene comune.